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Cresce a vista d'occhio la qualità e il numero di studiosi, docenti e professionisti di ogni continente che studiano, discutono e operano intorno all'approfondimento del concetto di infrastruttura di relazioni pubbliche di uno specifico territorio immaginato come un ‘cruscotto dinamico e analitico' … in attuazione della seconda parte del paradigma globale delle relazioni pubbliche dei ‘principi generici e delle applicazioni specifiche'
In parallelo, una seconda tematica in forte crescita ha a che vedere con il profilo riflessivo del ruolo strategico del relatore pubblico che ascolta gli stakeholder per migliorare la qualità dei processi decisionali dell'organizzazione e accelerarne i tempi di attuazione come avevamo scritto qualche tempo fa su questo sito.
Questi due filoni investono la questione della rappresentanza e della legittimità degli stakeholder nei processi decisionali, esplosa anche in Italia nei giorni scorsi in virtù del non rituale invito del Presidente incaricato a sindacati e operatori economici.
Così Giuseppe De Rita in un'intervista al Corriere della Sera di Domenica 3 Febbraio afferma di sentirsi liberato dalla categoria indistinta della società civile e attribuisce al leader degli industriali Montezemolo l'idea vincente -il manifesto per la governabilità - che ha dato vita a una vasta e concreta rappresentanza di interessi e conclude dicendo…..si torna all'espressione di interesse, è una forma di igiene mentale, liberatoria. Così si à espresso uno dei cantori storici della società civile….
A ciò si aggiunga che l'altro giorno, il Ceo della Wal Mart, il maggior datore di lavoro privato del mondo, ripreso in un commento dal NYT, ha pubblicamente rivendicato a quella azienda un ruolo istituzionale.
L'intreccio fra queste questioni (chi sono gli stakeholder, quale sia la loro effettiva legittimità sociale ad essere ascoltati , e come incidono sulle decisioni organizzative) non solo sta al cuore dello stesso senso della nostra professione, ma rileva molto anche sul tema, più generale, della crisi della democrazia rappresentativa che investe, a diverso titolo, tutte le democrazie parlamentari dell'Occidente.
Proviamo a ragionare, seguendo una prospettiva mirata sul nostro lavoro, intorno a questo groviglio di questioni.
1. Qualsiasi sia l'esito del lavoro in corso sull'attuazione di un cruscotto della infrastruttura di relazioni pubbliche di un territorio bisogna partire da alcuni presupposti:
a) l'approccio metodologico deve consentire la comparazione fra territori diversi e quindi deve essere coerente;
b) l'approccio deve però anche essere flessibile: un mio studente di Master, che lavora per il Sindaco Bloomberg, mi diceva ieri che Manhattan si divide in 19 sobborghi con distinte e diverse caratteristiche socio culturali, etniche, economiche, politiche e mediatiche di cui bisogna pur tenere conto in qualsiasi attività di relazioni pubbliche!
E' ovvio che il relatore pubblico non può essere Pico della Mirandola e quindi non può verosimilmente star dietro alle dinamiche quotidiane di ogni mini-territorio… ma non può neppure essere etnocentrico e applicare la stessa formula relazionale e comunicativa in Birmania e in Tanzania.
Ho descritto due estremi sui quali (immagino) tutti siamo d'accordo. La questione è trovare il giusto equilibrio che dia risultati efficaci (in termini ovviamente di rapporto costi-benefici per l'organizzazione).
2. Si passa allora alla seconda questione: se è vero che l'ascolto degli stakeholder prima della decisione aiuta l'organizzazione a decidere meglio, e ad accelerarne i tempi attuativi, è altrettanto vero che si corre il rischio della paralisi-da-analisi in assenza di una attenta e mirata identificazione e selezione degli stakeholder prioritari: singola decisione da prendere… per singola decisione da prendere.
Quindi, la risposta al primo quesito si intreccia inevitabilmente con questa seconda questione e impone una attenta e meticolosa segmentazione del processo decisionale perché il relatore pubblico possa operare con un minimo di efficacia.
In qualche modo, tutto questo percorso lascia ampia discrezionalità all'organizzazione e la incentiva ad ascoltare soltanto gli stakeholder che si posizionano ai poli dell'asse presunto-consenso/ presunto- dissenso (questo, nella migliore delle ipotesi..).
Ma questo modo di procedere polarizza il percorso e attribuisce minor peso agli stakeholder non assuefatti ad una relazione con l'organizzazione impostata su, rispettivamente, una politica del tappeto rosso o dell'urlo; e non considera a sufficienza la parte più affollata dell'asse ( in termini sia di numero di persone che di specifici pubblici), che si colloca solitamente al centro.
3. Ed eccoci quindi alla questione della rappresentanza e della legittimità, ricca anche qui come in ogni situazione reale, di potenziali contraddizioni.
Se conveniamo che stakeholder (definiti attivi) sono soggetti che si ritengono in diritto e pretendono di essere ascoltati dall'organizzazione prima che assuma una decisione in virtù del fatto che produce tali conseguenze da indurli a volerne esserne partecipi (in molti casi è la stessa normativa ad imporlo), l'implicazione è che l'organizzazione dovrebbe attrezzarsi per ascoltarli tutti con attenzione.
E naturalmente a questi soggetti si aggiungono gli stakeholder (definiti potenziali) che vorrebbero essere attivi qualora fossero consapevoli che l'organizzazione sta per assumere una determinata decisione (definiti potenziali) e, last but not least, coloro che l'organizzazione ritiene, per le più svariate ragioni, di coinvolgere perché considerati essenziali per la migliore riuscita dell'attuazione della specifica decisione (influenti e opinion leader).
Questa metodologia di analisi aiuta il relatore pubblico ad essere (sì! e come è giusto che sia) consapevolmente selettivo, ma anche metodologicamente attrezzato ad interpretare le aspettative della parte più rilevante degli stakeholder. La legittimazione dei soggetti selezionati assume una connotazione, sì!, di carattere soggettivo ma basata su un approccio argomentabile e condivisibile. Spetta poi sempre a chi detiene ed esercita il principio della responsabilità decide, in base a criteri determinati, quali aspettative dei pubblici ascoltati incorporare nella sua decisione tenendo ovviamente in conto le conseguenze che andrà a produrre anche sugli altri pubblici che, per le più svariate ragioni, ha deciso di non tenere in considerazione.
Ecco: a me pare, e per concludere, che un simile approccio possa aiutare il relatore pubblico a svolgere un ruolo di primo piano all'interno o per l'organizzazione in cui opera e a sviluppare sufficiente fiducia per questa e per sé in quei pubblici. O no?
Toni Muzi Falconi
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